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L'io ha occhi solamente per sé stesso: la finzione, la speranza, l'arroganza, l'inedia, l'orgoglio, la perversione, la malizia e la brutalità, sono le sue molteplici e peculiari modalità di espressione abilmente nascoste dalle apparenze, per tentare di sfuggire costantemente alla paura di finire che l'opprime, ma che lo restituiscono curiosamente ogni volta cosciente in una delle tante realtà del presente che si manifestano nel pensatore.
Una giovane sorrideva languida ai passanti mentre passeggiava audace, voluttuosa ed innocente sulla battigia del grande ed antico mare, pavoneggiandosi in pose scaltre e maliziose per le foto scattate dal cellulare dell'amica per i social. Era nel fiore della gioventù e piena di molti sorrisi, quelli dell'ingenuità frammisti ad una acerba astuzia, ma anche ad una manifesta stupidità; arsa dal desiderio di mostrarsi e ricevere le dovute attenzioni, non era del tutto consapevole del profondo baratro delle fauci del sé che incautamente lambiva sporgendosi con quel suo fare eccentrico, pericolosamente incedendo distratta su quel precipizio irto e scosceso. Ambiziosa, ammiccante e provocatrice sembrava impavida nello sfidare il mondo che doveva diventare per lei il palco dove esibirsi e celebrarsi: anche in lei si muoveva, con dovizia maestra, l'assetata belva dell'egocentrismo.
Due signori mano nella mano, non lontano da lei, erano soggiogati dalla stessa belva che abitava nei loro esseri da sempre. L'una era lo specchio dell'altra, anche se loro non lo sapevano; forse lo immaginavano, ma non avevano mai avuto il coraggio di affrontarla veramente per capire cosa fosse e come direzionasse scrupolosamente le loro coscienze. Talora si incontravano fortuitamente, oppure, con quella perfida perizia di chi architetta a dovere circostanze, occasioni ed incontri per il proprio tornaconto che diviene poi anche quello dell'altra parte, modellavano il tempo in cui pensavano di stare veramente insieme sforzandosi di raggiungere e regolamentare il piacere della dissolutezza. La recita continuava così lì, in quegli amplessi ricercati di nascosto, ma fulminei, per fuggire ancora da sé stessi, dalla noia, dalla routine, da quella sadica morte interiore dell'inutilità che li avrebbe restituiti, poco dopo e nuovamente, alla loro miseria, a quel vivere schematico, meccanico, logorante e ripetitivo della loro iterazione, dalla quale progettare quanto prima la prossima ed ennesima fuga.
La belva sa prendere solo quello che gli serve per nutrirsi e continuare ad essere, indisturbata, la meretrice empia della mente: i suoi capricci manovrano le immagini direzionando il pensiero; il suo plagio è farti credere esattamente ciò che lei vuole per manovrarti a suo piacimento; le sue perversioni scavano nella memoria per riportare in auge il nettare della fobia, il piacere della perversione, la letizia della violenza e soprattutto la strana essenza brutale della paura; la sua eccellente abilità è la straordinaria finzione di mostrarsi sempre per quella che non è per ottenere una ricompensa; i sui taglienti artigli sono quelli che affondano e trafiggono avventatamente il tuo cuore stanco dissanguandolo ogni volta: la sua tecnica è lasciarlo poi guarire per ferirlo nuovamente allo stesso posto e dissetarsi così ancora di sangue fresco, appena rigenerato. La belva abita in te da sempre, ma stranamente tu non esisteresti senza di lei: perché tu sei allo stesso tempo il figlio prediletto dei suoi amplessi, il partner dissoluto dei suoi desideri, l'ambigua capacità di ritrovarti ad essere l'osservatore di questo eccidio e lo scenario arido e maldestro dove si manifesta nel tempo il vostro peculiare e straordinario fenomeno copulante.
Quando disinvoltamente incroci il suo sguardo dentro te non temerla: senza te lei non esisterebbe e tu non ci saresti senza lei che ti anela e ti seduce per usarti. Tu e lei siete in ogni manifestazione, in ogni iterazione, in ogni grido, in ogni pianto, in ogni sconfitta, in ogni dolore, in ogni lamento, in ogni ricerca, in ogni desiderio, in ogni sofferenza e persino in ogni illusoria vittoria che vede il suo stendardo sorretto orgogliosamente sempre dalla tua esausta mano. Del resto, senza lei, tu cosa saresti? Scegliere o giungere a morire per terminare questa dualità è ritrovarsi in un'altra rappresentazione dell'esistenza, sempre con la belva: non noti che è sempre stato così? Puoi decidere allora di vivere veramente, che è la scelta più difficile per finire questo scellerato scempio interiore? Vivere: morire ad ogni istante per non dare tempo alla dualità. Se davvero vivi, allora non c'è più alcuno spazio per la vostra espressione devastante: ma non è affatto facile fare ciò che è difficile vero? Perché è davvero difficile fare proprio ciò che è facile.
La coppia si fermò a discutere con la ragazza: ci furono diversi complimenti, da ambo le parti ed anche la belva si sollevò fiera e ricolma di albagia lì nello sfondo sfumato dei loro finti discorsi. ?